“In Africa noi ammazziamo il tempo. In Europa è il tempo ad ammazzare voi”. Il messaggio di David, 40 anni, originario di Joal Fadiouth è chiaro: una volta qua, scordatevi di come funziona dalle vostre parti. Del resto, era proprio ciò che mi aspettavo, e ciò che volevo, una volta raggiunta l’Africa nera, sub-sahariana, quella 'vera' insomma. E nella sua espressione più dolce e benevola: il Senegal.
Paese tropicale dagli inverni miti e le estati piovose, questa pacifica nazione dell’estremo ovest africano è impressionante. Non solo per i suoi paesaggi e i diversi ambienti naturali, tanto imponenti quanto fragili, ma anche e soprattutto per le sue genti che - quando si ha la possibilità di entrarci veramente in contatto, magari perché ospitati in dimore che sono proprio come loro, umili, semplici, ma più che dignitose - hanno moltissimo da insegnare.
Il mio viaggio in Senegal è partito come una vacanza e terminato come una lezione di vita. Un’esperienza che, grazie all’apertura e alla proverbiale ospitalità dei senegalesi, è stata a dir poco toccante. In Senegal ho ritrovato un’umanità che quasi avevo dimenticato e persone che, in un modo o nell’altro, mi hanno scosso in profondità: chi per dolcezza, chi per schiettezza, chi per genuinità, o generosità.
Tutti, e dico tutti coloro che ho incrociato sul mio cammino hanno avuto qualcosa da offrire, qualcosa da comunicarmi, anche se spesso senza inutili parole. Non sto mitizzando una realtà che ho visto dall’interno solamente in parte, sto parlando di un Paese e soprattutto di un popolo che, con tutti i suoi problemi, il suo disordine e la sua povertà materiale ha mantenuto una ricchezza interiore che è difficile da descrivere senza rischiare di cadere in banalità.
Condivisione, supporto reciproco, convivenza pacifica - a partire da quella, incredibile se si pensa a ciò che accade in altri Paesi, fra cattolici e musulmani, che in Senegal arrivano persino a sposarsi, o a condividere uno stesso cimitero: lì tutto verte sulla pace, sia fra le persone che dentro di esse, e sul sostegno che ci si può dare a vicenda, appunto. Basti pensare che spesso i problemi di coppia si risolvono con l’aiuto di amici e parenti, o che ci sono interi quartieri della capitale Dakar che riescono a tirare avanti proprio perché le famiglie vivono in una sorta di enorme cohousing.
Nel palazzo in cui stavo io, ad esempio, tutte le porte erano aperte, e le persone si mischiavano in mille attività diverse: dalla preparazione dei pasti al bucato, fino ai corsi di musica e di canto. Una quotidianità atipica, per chi viene dall’Europa, che sembra mettere in costante discussione il modello economico e di vita occidentale. Ma anche una realtà decisamente istruttiva, se si è intuito che nel nostro sistema dei consumi c’è qualcosa che non va, e che ci sono molti altri modi di vivere bene.
Il tempo e lo spazio: concezioni opposte
Vedere persone che condividono quel poco che hanno, e che nonostante l’ossessione del mercanteggiare ed alcuni (per noi) strani atteggiamenti legati alle tradizioni musulmane si possono ancora affidare le une alle altre mi ha lasciato basito. Così come la totale apertura e la disponibilità che portano persone a 'buttare', diremmo noi, un’intera giornata solamente per darti una mano, o per mostrarti ciò che di bello c’è nel loro villaggio. Una concezione del tempo e dello spazio diametralmente opposta alla nostra, quella che ho visto in Senegal, dove il 'qui ed ora', vero trucco per vivere sereni, ha il sopravvento su tutto il resto.
Vivere il momento: è questo ciò che gli africani con cui ho speso alcuni dei giorni più belli della mia esistenza mi hanno insegnato. Senza troppe ambizioni, apparentemente senza progetti, decisamente senza soffocanti sovra-strutture, queste persone mi hanno mostrato senza saperlo come io, al contrario, da buon europeo viva la maggior parte del mio tempo già proiettato nel futuro, mentre il resto lo passo nel passato fra ricordi, nostalgie o, peggio, rimpianti. Lasciando al presente solamente le briciole.
Dare e perdonare
Vivere può essere molto semplice, in fondo. E non c’è stato nulla come la mia intensa esperienza africana ad avermelo ricordato. Del resto, se ci si pensa, non serve così tanto per essere felici. Soprattutto quando si è circondati da persone che, nella maggior parte dei casi, sono capaci di dare incondizionatamente, come da noi solo una mamma (o un genitore?) può essere capace di fare. La cosa che mi ha impressionato maggiormente, però, è stata l’incredibile capacità di perdono e allo stesso tempo di autocritica dei senegalesi. Una caratteristica che manca quasi del tutto agli italiani, soprattutto in un periodo storico abbruttito dalle crisi economica, politica e sociale che la maggior parte dei nostri connazionali non sembra volere imparare ad affrontare.
Una sera, in particolare, ho avuto modo di capire questa cosa. Con gli amici David e Ousman, seduti davanti a un fuoco in riva all’oceano, stavamo chiacchierando di colonialismo e altri argomenti leggeri come il sovra-sfruttamento delle riserve ittiche da parte dei pescherecci europei (e asiatici) che ammorba tutta l’Africa occidentale. A un certo punto, visto che il Senegal è uno dei luoghi da cui partivano le navi di schiavi destinati alle americhe, chiedo a bruciapelo ai due amici se per gli africani sarebbe stato possibile, un giorno, perdonare gli europei.
La risposta? “Il passato è passato. E il perdono, per noi, è fondamentale”. Senza nessun buonismo, senza nessuna ostentazione di benevolenza, questa frase gli era uscita spontanea. “Questa cosa vi fa onore – ho ribattuto io – Ma non riguarda solo il passato. Come la mettiamo con tutte le forme di sfruttamento, dalla pesca ai diamanti, dal petrolio alle foreste, che le compagnie occidentali conducono nel vostro Paese e nel resto dell’Africa?”.
E qui si è fatto tutto ancora più interessante: “In realtà è anche colpa nostra – mi hanno risposto – perché è a causa della corruzione dei nostri politici, o dell’attività della nostra gente che dall’Europa opera per conto delle grandi compagnie che abbiamo tutti questi problemi e i nostri territori vengono sfruttati selvaggiamente”. Stupefacente. Invece di condannare il bianco cattivo e sfruttatore, rassegnandosi ad un vittimismo storico che sarebbe sotto certi aspetti comprensibile, David e Ousman mi hanno mostrato cosa voglia dire essere obiettivi, e fare autocritica, appunto.
Un sano esame di coscienza
La chiacchierata in riva al mare mi ha portato inevitabilmente a farmi un esame di coscienza, in quanto cittadino di un Paese altrettanto marcio di corruzione, ma non per questo pronto a prendersi le proprie responsabilità, abilissimo invece a lamentarsi scaricando le colpe di tutto sempre e solo sugli altri: dall’Europa agli immigrati, dai complotti alla iella.
Ma anche a chiedermi, considerando ciò che ho visto in Africa: perché abbiamo perso di vista le cose più vere? Perché ci ostiniamo a restare tanto distaccati dalla natura e dal nostro essere, rimanendo sospesi in un limbo freddo, innaturale ed ottuso di auto-convincimenti idioti che ci portano a volere fare carriera, ad esempio, o a sentirci frustrati ogni volta che ci paragoniamo agli altri? Perché cerchiamo di riempire il vuoto che si è inevitabilmente creato in noi 'consumando' merci inutili?
Forse, dopo secoli di spocchia autoreferenziale, è arrivata l’ora di guardare dall’altra sponda del Mediterraneo in giù con un po’ più di umiltà, per capire finalmente che ha ragione chi, come gli africani, non vive sempre nella paura di perdere qualcosa che in realtà non gli appartiene, a partire da un pianeta di cui siamo solo una piccola parte. E che capisce istintivamente come l’illusione di controllare il tempo e lo spazio, in realtà, porti solo a correre inutilmente verso il nulla, verso la negazione di ciò che è l’essere umano, verso un vuoto irrimediabile a cui noi 'civilizzati' stiamo rischiando di consegnare il nostro incerto futuro.
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